I post antisemiti non sono rimossi dai social nell’80% dei casi, rivela uno studio

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Le principali piattaforme di social media non riescono a eliminare oltre l’80% dei post antisemiti sulle loro piattaforme, secondo quanto riferisce un nuovo studio. La ricerca è stata condotta dal Center for Countering Digital Hatred (Ccdh) che si occupa di monitorare i contenuti d’odio online.

Il Centro ha dichiarato di aver riportato più di 700 post antisemiti che sono stati complessivamente visualizzati 7,3 milioni di volte su Facebook, Instagram, TikTok, Twitter e YouTube. Dallo studio emerge che Facebook è la piattaforma peggiore ad agire contro questi contenuti, fallendo nell’89% dei casi.

Nel suo rapporto, chiamato Failure to Act, il Ccdh ha accusato molti dei giganti della tecnologia di essere “luoghi sicuri per diffondere razzismo e propaganda contro gli ebrei”.

Tra maggio e giugno i ricercatori hanno raccolto e segnalato alle piattaforme competenti 714 post che includevano negazionismo dell’olocausto e teorie del complotto con protagonisti ebrei. I social hanno preso delle contromisure su meno di uno su sei esempi segnalati di antisemitismo.

Facebook ha agito su 14 dei 129 post segnalati (10,9%) e Twitter ne ha rimossi 15 su 137 (11%). Hanno fatto meglio TikTok e Instagram, cancellando più del 18% dei contenuti, con YouTube che ha eliminato il 21,2% dei post. In media, il Centro ha affermato che l’84% dei post segnalati non è stato rimosso.

Il rapporto ha affermato che i gruppi Facebook da cui ha tratto molti dei suoi post sono ancora attivi, così come il 95% degli utenti di TikTok che hanno diffuso offese antisemite. Il Centro ha anche criticato TikTok e Twitter per consentire l’uso di hashtag come #fakejews, #rothschild e #soros, che dice siano comunemente usati per diffondere contenuti antisemiti.

Il capo del Ccdh, Imran Ahmed, ha invitato le grandi aziende tecnologiche a rimuovere i gruppi che discutono di cospirazioni antisemite, vietare gli hashtag offensivi e rivedere i sistemi di moderazione.  Ahmed ha chiesto anche una legislazione che renda le società di social media responsabili “allo stesso modo di qualsiasi altra persona”.

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