Luciano Floridi: “Il sogno della Silicon Valley è finito”

Vista dall’alto della Silicon Valley (photo credits: Patrick Nouhailler via Flickr)

The Dream is over“, cantava John Lennon in un suo disco del 1970. Titolo del pezzo? God, nientemeno. Un dio morto e sepolto insieme con tutte le sue declinazioni terrene – dal Cristo a Elvis con Kennedy e Hitler nel mezzo -, urlava il più disilluso fra i baronetti della Regina, ormai congedatosi dai Beatles e da una vita che non mancò mai di celebrare come ingenua e bell’e chiusa.

Fosse ancora fra noi oggi, non è escluso che Lennon, gli stessi versi – “The Dream is over, il sogno è finito” – li intitolerebbe Internet, giusto per rimanere dalle parti di divinità e surrogati. Via da dicotomie – benedizione del Mondo o fonte di ogni sua stortura? – è più sensato capire che cosa rimanga, oggi, della terra promessa dalla Silicon Valley, quel nirvana del cyber libertarismo evolutosi, anche, nella più raffinata macchina di persuasione mai vista, un Leviatano ingrassato a like, influencer, news più o meno fake, e disinvolte forzature della privacy.

Proprio questo indaga il nuovo numero di Wired in edicola dal 24 giugno: finito il sogno, insomma, e manifestatosi il grande inganno davvero siamo rimasti con i social in mano? Davvero non si è intravista almeno un’alternativa al paradiso promesso?

Credo che il mito della Silicon Valley fosse giustificato” replica lui. Non Lennon, ma Luciano Floridi, professore di Filosofia ed etica dell’informazione alla Oxford University e docente di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. “La Silicon Valley è stata capace di attrarre curiosità, talenti, finanziamenti, che via via si sono specializzati in settori ad alta qualità tecnologica, con una sinergia invidiabile. È stata un polo che ha radunato alcune delle menti migliori del pianeta. È però illusorio credere che quel modello sia ripetibile, il che non esclude esistano possibilità di competizione alternativa. Penso al Texas, verso il quale oggi c’è un costante flusso migratorio di aziende e personale ‘digitale’, alla zona di New York, a Boston, ma anche a Singapore o a quanto tentiamo di fare oggi a Bologna: stiamo arrivando a vedere sistemi più distribuiti, in cui è probabile che non sarà più vero che una regione che vince, vince tutto”.

Un paradigma emergente, come una fenice pronta ad alzarsi dalle ceneri di intelligenze brillanti al servizio del clickbait. “Basterebbe ricordarsi che negli anni recenti sono moltissimi i settori in cui l’innovazione tecnologica ha fatto passi giganteschi. Un controesempio, per quanto banale, alla pubblicità su internet? La blockchain: in questo caso l’innovazione è stata di tipo matematico. Ha visto e sta vedendo applicazioni straordinarie non tanto sul versante Bitcoin, ma su quello degli smart contract. Una piattaforma come Ethereum è la prova di intelligenze al servizio di un’innovazione slegata dalla pubblicità“.

Luciano Floridi a Wired Next Fest ((foto Zoe Vincenti - Ernesto Ruscio)
Luciano Floridi sul palco di Wired Next Fest a Firenze (foto Zoe Vincenti ed Ernesto Ruscio)

Eppure è indubbio che il nostro modo di pensare, di agire, di metterci in relazione con gli altri risenta della cultura irraggiata dalla California. “Chissà come sarebbe stato il mondo se il digitale fosse arrivato anche solo da Chicago, da New York invece che da Los Angeles o da San Francisco. Quale cultura diversa avremmo della nostra interazione se la rivoluzione digitale fosse iniziata a Mosca, a Seul, o a Tokyo? Non lo sapremo mai, ma parte della questione filosofica, una parte minima ma importante, sta nello scavare i presupposti concettuali che non mettiamo mai in questione. In fondo ci siamo immersi, e un po’ come un pesce che non si chiede mai come sia l’acqua, è raro domandarsi quale cultura digitale abbiamo assorbito e stiamo assorbendo con internet, con i social media e con le possibilità che ci hanno dato, o tolto, a seconda del design delle piattaforme. Basti pensare ai primi tempi di Facebook, quando l’unica interazione possibile consisteva nel mettere un like. Anche questa semplificazione, quella di un unico gesto concesso, è cultura. Oppure si consideri le vendette che genererebbe la visualizzazione delle persone che ci tolgono l’amicizia. Il design del nostro ambiente digitale comporta, giorno dopo giorno, abituarsi a modi di agire e operare, di fare le cose, di capirle, di concettualizzarle. Il design delle nostre interazioni è fondamentale per capire come sta conformandosi il pensiero“.

Rimane da comprendere se il processo sia irreversibile. “Credo che parte della cultura contemporanea, quella per cui uno vale uno e la libertà di parola è intoccabile e mai negoziabile nella necessità di essere riconciliata con altri diritti fondamentali, come la sicurezza personale per esempio, ecco credo che simili fenomeni derivino anche dal modo in cui abbiamo assorbito la filosofia della Silicon Valley, una filosofia dietro la filosofia, respirabile nelle strade, fra i corridoi delle aziende.

Mi piace? Impossibile giudicare senza sapere cosa sarebbe stato se… Credo però che qualcosa stia cambiando, l’ho notato su Netflix“. Netflix? “Mi riferisco alle politiche produttive della piattaforma, sulla quale mi è capitato di vedere un film d’avventura turco. Bellissimo, con attori locali, girato in un modo completamente diverso da come avrebbero fatto Hollywood o la Silicon Valley. Questa distribuzione molto più capillare, in giro per il mondo, fa bene. Perché anche chi è cresciuto come me negli anni 60, in una cultura molto positiva, post bellica, dell’America, dovrebbe riconosce che il monoculturalismo fa male a tutti. Fa male anche agli Stati Uniti, perché rivela l’incapacità di vedere oltre se stessi, di riconoscere i propri limiti e quindi gestirli se non superarli. Il monoculturalismo è una prigione mentale che spesso genera intolleranza verso l’altro”.

Da Netflix alla sua negazione: in fondo anche la controcultura nacque dai paradigmi dominanti degli Stati Uniti. “Motivo per cui credo che anche oggi potrebbero emergere fenomeni simili, ed emergere in maniera molto più significativa quando ci saranno più incentivi perché questo accada. Il monoculturalismo non nasce per caso, ma perché non ci sono resistenze a una forza più preponderante delle altre. È un po’ come una pianta che cresce bene in un particolare ambiente dove poi finisce per uccidere tutte le altre, dominando. La monocultura si contrasta cambiando le sue condizioni di possibilità egemonica, non estirpandola. Il rischio, altrimenti, è che rinasca. Con una Silicon Valley che fosse realmente più aperta al mondo, che fosse più consapevole e diversificata, vedremmo diffondersi narrazioni alternative. Mi auguro avverrà“.

Ancora questione di cultura, di pensiero, ben oltre i confini del digitale. “Penso alla questione ambientale: su questa navicella spaziale chiamata ‘pianeta Terra’, c’è ancora tantissimo da fare. Possiamo ancora raddrizzare la situazione e proprio grazie alla tecnologia e alla ricchezza accumulate in tutti questi anni. Le straordinarie risorse di intelligenza, di scienza e ricchezza finanziaria di cui disponiamo vanno messe nella direzione giusta. Dobbiamo però iniziare a pensare al nostro sbarco in Normandia, cioè allo sforzo finale in cui ci si giochi il tutto per tutto per sconfiggere il male. Sono felice di notare una nuova consapevolezza, sempre più diffusa. Per questo ho la speranza che forse vedremo l’alternativa a un paradiso solo promesso. Oggi il paradiso sta a noi realizzarlo, abbiamo i mezzi e le competenze, ma mancano la buona volontà e la politica giusta, per questo non sono pessimista, ma frustrato, frustrato dalla nostra incapacità di uscire da un inferno autoinflitto. Abbiamo un grande progetto umano da realizzare per il nostro secolo: il matrimonio tra il verde di tutti i nostri ambienti – biologici, urbani, sociali, economici, politici – e il blu di tutte le nostre tecnologie digitali, da interent ai social, dalla telefonia mobile al supercalcolo, dall’intelligenza artificiale alle grandi banche dati. È su questo progetto umano ‘Verde & blu’ per il Ventunesimo secolo che dobbiamo puntare tutto, per salvare capra e cavoli, noi stessi e il pianeta che abitiamo. Ce la possiamo fare e ce la dobbiamo fare”.

No, the dream is not over, John.

 

Su questo stesso tema, su Wired n.97 attualmente in edicola trovate un’intervista a Jaron Lanier, “guru” dell’informatica e uno dei padri della realtà virtuale.

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