Il 98% di chi ha perso il lavoro è donna, il Covid è anche una questione di genere

Se era rimasto qualche dubbio sul fatto che la pandemia stesse amplificando le disuguaglianze sociali, ci ha pensato l’Istat a risolverli. Dopo il recupero dei dati sull’occupazione italiana fatto registrare a partire dall’estate con la fine del primo lockdown, dall’autunno la situazione è tornata a peggiorare a causa della seconda ondata e delle nuove chiusure. A dicembre, mese lavorativamente frizzante in tempi normali tra il natale alle porte e le vacanze di fine anno, gli occupati sono diminuiti di 101mila unità, un numero già di per sé tragico, ma reso ancora più preoccupante dalla suddivisione di genere con cui questo è avvenuto. Si è trattato infatti di un crollo quasi esclusivamente femminile, con 99mila donne che sono finite disoccupate o inattive. Un fenomeno che si ritrova, sebbene con numeri un po’ meno estremi, anche guardando a tutto l’anno. Dei 444mila occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70% è costituito da donne.

La pandemia sta agendo in un contesto, italiano e globale, dove le disparità di genere nel mondo del lavoro erano una criticità già prima dell’emergenza sanitaria. Il gender pay gap mondiale, cioè la differenza tra il salario annuale medio percepito dalle donne e quello percepito dagli uomini, è intorno al 20%. In Italia il dato è mediamente più basso, ma questo non significa che le cose vadano bene. Nel settore privato, per esempio, si supera anche quel valore, motivo per cui l’Italia continua a perdere posizioni nelle classifiche dei paesi che attuano la parità salariale. Ma al di là delle retribuzioni, c’è un problema di occupazione femminile che sta a monte. Il Censis fino all’inizio del 2020 rilevava che le donne rappresentano circa il 42% degli occupati complessivi del paese e il tasso di attività femminile si piazzava al 56% circa, contro il 75% degli uomini. I terribili dati dell’Istat di dicembre, che non sono poi molto diversi da quelli dei mesi precedenti, sono allora un coltello in una piaga che è sistemica all’Italia. Il 2020 ha solo fatto precipitare ulteriormente le cose.

Il motivo per cui il crollo occupazionale nell’Italia messa in ginocchio dalla pandemia è un affare soprattutto femminile ha a che fare con la natura del lavoro stesso. Le donne sono impiegate soprattutto nei settori che più di tutti stanno vivendo la crisi, come quello dei servizi e quello domestico, spesso con contratti che danno poca sicurezza e stabilità, come il part-time. Per questo oggi sono le prime vittime sacrificali dei datori di lavoro, un fenomeno a cui nemmeno il blocco dei licenziamenti è riuscito a mettere un freno.

Di fatto, l’emergenza sanitaria non sta facendo altro che amplificare quelle disuguaglianze che già caratterizzavano la struttura sociale dell’Italia pre-pandemica. Le donne, che si caratterizzano per più bassa occupazione, salari più scarsi, contratti più precari e sono più raramente occupate nelle posizioni aziendali apicali e dunque “sicure”, oggi sono le prime a subire gli effetti della crisi. E anche quando tutto sembra andare bene, la realtà è spesso un’altra. Intrappolate nella costruzione sociale per cui il carico della cura e della famiglia deve gravare sulle loro spalle, le donne italiane hanno visto in questo 2020 aumentare il loro lavoro, con lo smart working che si è sovrapposto agli impieghi domestici senza più la possibilità di una separazione spaziale degli stessi. 

Per mesi si è raccontata la favola che di fronte alla pandemia siamo tutti sulla stessa barca, ma la realtà ci ha messo poco a dimostrare che sotto ogni punto di vista le cose non stanno così. Dal diritto alla casa al mercato del lavoro, dall’accesso alle cure all’istruzione, l’emergenza sanitaria e i suoi strascichi stanno picchiando in modo più o meno duro a seconda della collocazione geografica e del profilo sociale. Le disuguaglianze economiche, sociali, razziali e di genere preesistenti sono state accentuate e tutto questo rischia di avere conseguenze più a lungo termine del virus stesso. Un fatto da cui l’Italia non si è dimostrata immune: che il 99% dei lavoratori in meno di dicembre sia donna è solo una delle tante dimostrazioni.

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