Davvero Postalmarket può diventare un ecommerce di successo?

Copertina di Postalmarket
Copertina di Postalmarket

All’operazione nostalgia Francesco D’Avella ci crede parecchio. Il piano è chiaro: rispolverare un marchio iconico degli anni Ottanta come Postalmarket, portarlo nell’agone del commercio elettronico e spedire pacchetti di prodotti made in Italy “di qualità” in tutto il mondo. La società è stata fatta e il sito è in costruzione; bisogna sincronizzare gli orologi e partire. “Non abbiamo alcuna intenzione di far concorrenza ad Amazon, il nostro business model è diverso: aspiriamo allo 0,5% del market share dell’ecommerce italiano, chiarisce subito D’Avella che è stato trascinato nell’avventura Stefano Bortolussi, da pochi mesi titolare del marchio.

Cosa era Postalmarket?

Postalmarket nasce la prima volta nel 1959, quando Anna Bonomi Bolchini decide di partire con la sua avventura di vendita per corrispondenza, inviando a casa degli italiani due volte all’anno un volume da 600 pagine e altrettanti sogni. Il brand è cresciuto negli anni, fino al picco del 1987: il fatturato a 385 miliardi di lire e 1,25 milioni di spedizioni all’anno. Anche 45mila al giorno.

Negli anni Novanta la nascita dei centri commerciali ha messo in crisi l’azienda che traeva la sua forza dalla scarsità di negozi in provincia e Postalmarket è stata venduta e comprata più volte, tenuta in vita a fatica finché si è potuto. Ora Bortolussi, navigato manager della pubblicità, ci riprova: ha conquistato il brand e in pieno lockdown si è messo a lavorare sul progetto, individuando in D’Avella, amministratore delegato della tech company dell’ecommerce Storeden, il partner ideale.

I due hanno messo insieme una società da 110mila euro di capitale: il 70% è di Bortolussi, il 30% di D’Avella che porta con sé l’esperienza delle vendite su internet. Storeden è una scaleup italiana che permette a piccole e medie imprese di avere un software chiavi in mano (Saas) per vendere i propri prodotti online. Fattura “intorno” al milione di euro, spiega D’Avella, con “più di tremila clienti” che spaziano dall’alimentare al vino, come i prosecchi Val D’Oca, alla moda.

Obiettivo 2 miliardi di euro di giro d’affari

“L’obiettivo di Postalmarket – chiarisce D’Avella – è creare un portale del made in Italy a cui sarà affiancato lo storico cartaceo, in versione più snella rispetto agli anni Ottanta”. Tra gli scaffali digitali l’idea è avere brand più o meno affermati – non importa – ma che rispettino l’immagine di Postalmarket, che per anni ha permesso di sfogare le brame di acquisti anche a chilometri di distanza da piazza San Babila o via del Corso.

Il mercato nel mirino è ampio, “è grande e sta crescendo”. Il riferimento è l’analisi annuale sull’ecommerce della Casaleggio Associati: secondo l’ultimo report pubblicato a maggio, il commercio digitale vale in Italia 48,5 miliardi di euro grazie a una crescita nel 2019 del 17% rispetto all’annata precedente. Nel 2013 l’intero mercato valeva di fatto la metà e il trend ormai è chiaro.

“Sappiamo che Amazon controlla quasi la metà del mercato, poi ci sono Ebay, Facebook e Alibaba e tutti gli altri – dice D’Avella – Noi con Postalmarket aspiriamo a prendere lo 0,5% di market share da qui a cinque anni. Una bella fettina”. Tradotto, significa puntare a un volume di affari da due miliardi di euro mal contati se si toglie di mezzo il 25% tutto del turismo (12 miliardi solo l’anno scorso).

Data di lancio per il 2021, assaggio a Natale

Il modello di business, per ora, è piuttosto flessibile. “Le idee – sostiene D’Avella – sono molto chiare, ma bisogna vedere nella execution come possono essere rispecchiate”. La data di lancio è fissata al 2021, anche se c’è la volontà di “provare a dare un piccolo assaggio entro Natale con un piccolo sito con qualche prodotto per dare l’idea di ciò che possiamo fare”.

Il sistema di consegne si poggerà sull‘organizzazione logistica di Storeden che collabora con 5 realtà di smistamento, anche se soprattutto nei primi tempi Postalmarket sfrutterà “chi ha già una logistica affermata per i suoi prodotti”. Il rapporto con i giganti del settore sarà opportunistico, nessuna battaglia epica difficile da vincere: “Aprire una vetrina su Amazon o Ebay? Perché no? Ragioniamo in ottica omnichannel per promuovere il made in Italy“. 

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