C’è stato un boom di Comuni no-5G durante l’emergenza coronavirus

Protesta contro il 5G a Torino (foto di Marco Bertorello/Afp via Getty Images)
Protesta contro il 5G a Torino (foto di Marco Bertorello/Afp via Getty Images)

A metà maggio il sindaco di Udine Pietro Fontanini ha firmato lo stop al 5G nella seconda città più popolosa del Friuli-Venezia Giulia. Il primo cittadino leghista è uno degli ultimi in ordine di tempo ad aver deciso il blocco delle antenne per la quinta generazione di comunicazioni mobili nel proprio Comune. La lista delle città no-5G in Italia si allunga ogni giorno e comprende ormai non solo borghi e piccoli paesi, che si sono mossi per primi, ma anche capoluoghi di provincia, come Vicenza, Grosseto, Messina e Siracusa.

Anche la velocità con cui i primi cittadini, di tutti i colori politici, firmano le ordinanze ha fatto un balzo in avanti. Come si evince da un’analisi dei dati svolta da Wired, i Comuni no-5G sono passati dai 53 del periodo maggio 2019-febbraio 2020 ai 209 venuti a galla tra marzo 2020 e il 20 maggio, per un totale di 262. Questa recente impennata è l’effetto della pressione di comitati per lo stop, ma anche della diffusione di teorie cospirazioniste che soffiano sul fuoco dell’emergenza coronavirus, legandola, pur essendo smentite dalla scienza, proprio al 5G.

La battaglia no-5G

La campagna per fermare le antenne di quinta generazione prende corpo in Italia nella primavera del 2019. Lo scorso marzo l’Alleanza italiana stop 5G, un comitato che già dal 2018 chiede la moratoria della sperimentazione del nuovo standard di telecomunicazioni, organizza alle porte di Roma, a Vicovaro, un meeting sul tema. Ne esce un manifesto che, tra le varie richieste, invita i municipi a emettere ordinanze per sospendere i test.

Un nostro canovaccio tratto da Vicovaro è stato sistematicamente inviato ai sindaci”, spiega Maurizio Martucci, portavoce nazionale del movimento e giornalista. E la proposta fa breccia. Prima a Roma, nel municipio XII a trazione Movimento 5 Stelle, che sconfessa la sindaca della Capitale Virginia Raggi. Poi a San Gregorio Matese, nel Casertano, dove il sindaco Carmine Mallardo ad aprile blocca un impianto Wind-Tre “fin quando non saranno chiarite le problematiche inerenti l’incidenza sulla salute dei cittadini”.

È poi la volta di tre Comuni dell’Alta Langa, neanche seicento anime messe insieme: Roascio, Trezzo Tinella e Marsaglia. L’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) li ricomprende tra i 120 piccoli borghi italiani che le compagnie di telecomunicazioni sono obbligate a coprire con il 5G dal 2022, per non aumentare il divario digitale. Ma le tre fasce tricolori non ci stanno: scrivono al prefetto, biasimano la scelta e a giugno la prima cittadina di Marsaglia, Franca Biglio, firma l’ordinanza di stop.

Per Pietro Guindani, presidente di Asstel, l’associazione di categoria delle telecomunicazioni, “sorprende che i Comuni emettano ordinanze di divieto di “sperimentazione della tecnologia 5G”, quando le sperimentazioni riguardano solamente le cinque città italiane scelte dal Mise (ministero dello Sviluppo economico, responsabile della partita, ndr): Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera. Va chiarito inoltre che le sperimentazioni sono di natura esclusivamente tecnica”.

Una coincidenza “sospetta”

Dal 2019 il numero dei Comuni italiani contrari alle reti mobili di quinta generazione è cresciuto e quasi tutti i partiti annoverano tra i tesserati un sindaco che si è opposto. A maggio l’Alleanza rivendica 415 Comuni che hanno provvedimenti a tema 5G. Tutti contro? Non proprio. Nel novero rientrano sia le vere e proprie ordinanze di stop, sia atti che non bloccano le installazioni, come mozioni, interrogazioni, delibere per finanziare ricerche ad hoc.

L’ordinanza resta l’arma più diretta, a cui il sindaco può ricorrere, suggerisce Vicovaro, in quanto massima autorità sanitaria del suo territorio. Analizzando l’elenco dell’Alleanza stop 5G, articoli di stampa e gli albi pretori degli stessi municipi, Wired ne ha calcolate 262. Di queste, 200 (il 76,3% del totale) sono state emesse in neanche cinquanta giorni, tra aprile 2020 e il 20 maggio.

È difficile credere che sia solo una coincidenza questa impennata, visto che è avvenuta proprio mentre l’Italia era in piena emergenza Covid-19. Nelle ultime settimane è dilagata una teoria del complotto, priva di fondamento scientifico, che associa 5G e coronavirus. Come ricorda la newsletter di cybersecurity Guerre di rete, parte dall’assunto che la malattia sia esplosa a Wuhan perché è stata la prima città cinese a essere connessa con le nuove antenne. E di conseguenza, dove c’è più 5G, si diffonde meglio il coronavirus. L’ha rilanciata anche il consigliere economico del governo italiano, Gunter Pauli, in un tweet.

La capitale dell’Hubei, per la precisione, non è la prima ma solo una delle cinquanta città che hanno reti 5G in Cina e neppure la principale. E le telecomunicazioni non hanno legami con la diffusione di un virus. Ma nonostante l’infondatezza della correlazione, la tesi ha attecchito, rimbalzando anche in Italia (come ha testimoniato il programma tv Le Iene). In alcune ordinanze emerge che la preoccupazione sul 5G è aumentata durante la pandemia e che, per rassicurare la popolazione, sono state fermate le installazioni.

Francesco Italia, sindaco di Siracusa di Azione (il partito di Carlo Calenda) nel suo provvedimento scrive che “la pandemia da Covid-19 ha determinato, insieme a una mutata percezione del rischio per la salute, una particolare sensibilità dell’opinione pubblica alle tematiche ambientali”, tanto che ordina lo stop del 5G fino alla cessazione dell’emergenza sanitaria.

Anche nell’ordinanza di Civitavecchia il sindaco Ernesto Tedesco, in quota Lega, pur non ricongiungendo reti di quinta generazione e coronavirus, ci tiene a precisare che in città al 10 aprile sono stati registrati 181 positivi al Covid-19. Un dettaglio fuori contesto, tuttavia, in un provvedimento di tutt’altro tema. Wired ha chiesto un commento a entrambi i primi cittadini, senza tuttavia ricevere risposta. Così come non ha replicato alle domande Francesco Rucco, alla guida di Vicenza (con una coalizione di centrodestra), che nelle scorse settimane a sua volta ha vietato il 5G.

Le reti di quinta generazione al momento in Italia sono un fenomeno circoscritto. Come emerge da un rapporto di febbraio della società di consulenza Ernst & Young, il 5G serve solo dieci grandi città (Milano, Monza, Brescia, Torino, Genova, Sanremo, Bologna, Firenze, Roma e Napoli) e 28 comuni dell’hinterland meneghino, per un totale di 6 milioni di persone. Si tratta di circa il 10% della popolazione italiana e, prima della pandemia, Ernst Young stimava che il servizio sarebbe stato esteso al 17% degli italiani nel 2020 e al 31% entro il 2021.

Linea del fronte

La geografia dei Comuni in cui è vietato il nuovo standard tecnologico, che permetterà di implementare su larga scala robotica, telemedicina di precisione e chirurgia da remoto, industria 4.0 e la sensoristica diffusa delle smart city, si è evoluta negli ultimi dodici mesi. All’inizio la linea Maginot correva tra i piccoli borghi. Dei 120 Comuni scelti dall’Agcom, circa un terzo ha alzato le barricate. Guindani osserva che, pur essendo “oggetto di un’attenzione particolare per evitare loro disparità penalizzanti nell’accesso alla rete del futuro, sono stati tra i primi a mettere in atto iniziative tese a bloccarne la realizzazione”. E aggiunge che “i costi sarebbero stati a totale carico degli operatori” e il segnala avrebbe viaggiato su frequenze “già in uso per le trasmissioni della tv digitale terrestre”.

Poi lo scontro si è spostato nei grandi centri: Messina e Siracusa in Sicilia; Pistoia e Grosseto in Toscana; Vicenza in Veneto; Udine in Friuli; Civitavecchia in Lazio. Fino a entrare nel cuore delle grandi città italiane. A Venezia, per esempio, è stata la municipalità del centro storico (a trazione centrosinistra) ad approvare un ordine del giorno sul 5G. Dal Comune guidato da Luigi Brugnaro (centrodestra) fanno sapere: “Noi non abbiamo fatto nulla, ci allineiamo al Mise”.

Scritta anti-5G nel Regno Unito (foto di Justin Setterfield/Getty Images)
Scritta anti-5G nel Regno Unito (foto di Justin Setterfield/Getty Images)

A Noto, il cui territorio comunale si estende per 550 chilometri quadrati (quarto in Italia dopo Roma, Ravenna e Cerignola), il municipio conferma che “c’era una fase esplorativa riguardante alcune aziende interessate a installare le antenne”. Ma il 29 aprile il sindaco Corrado Bonfanti, entrato in Forza Italia, firma lo stop di sei mesi, prorogabile. “Ritengo procrastinabile o addirittura non necessaria per il nostro territorio, l’installazione o la sperimentazione di antenne con tecnologia 5G. La tutela della salute è un aspetto molto importante, anche alla luce dell’attuale pandemia”, ha dichiarato, richiamando di nuovo l’emergenza coronavirus.

Le ordinanze, spesso fotocopia l’una dell’altra, soprattutto nei piccoli centri generano un effetto domino. Se un sindaco firma lo stop, scattano a catena provvedimenti simili, mozioni, interpellanze nei comuni vicini. A giudicare dalla densità delle sole ordinanze, le province più calde sono quelle di Fermo (35 atti, benché non tutti già emessi dai sottoscrittori di un comune impegno) e Lecce (31), seguite da Padova (18), Salerno (13), Messina (12) e Vicenza (10). Se si contano anche altri provvedimenti, spiccano Caserta (15), Bolzano (13), Teramo (13) e Roma (13).

In Salento l’opposizione al 5G è esplosa nelle ultime settimane con una reazione a catena. Tanto da spingere l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Cosimo Borraccino, a precisare che i dati attuali “non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione” e che l’Autorità regionale per la protezione ambientale (Arpa) pugliese conferma “che questa nuova tecnologia ha già dei protocolli per le installazioni che si basano su accertamenti preventivi della misurazione dei campi elettrici”.

Il prototipo delle ordinanze

Gli stop usano le stesse fonti. A sostegno vengono avanzate quattro argomentazioni (già analizzate da Wired in merito all’ordinanza di Scanzano Jonico). Primo: la cosiddetta elettrosensibilità, i cui sintomi però, come spiegato già su Wired, non sono imputabili all’esposizione ai campi elettromagnetici e che studi del 2015 interpretano come un effetto nocebo (ossia la reazione negativa a qualcosa di innocuo, ma percepito come dannoso).

Secondo: pronunce di giurisprudenza. In particolare, una sentenza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio che ha imposto ai ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Istruzione una campagna sull’uso corretto del telefonino e una della Cassazione sul nesso tra cancro e smartphone, tema dibattuto in ambito scientifico. E rispetto al quale la Commissione internazionale per la protezione delle radiazioni non ionizzanti (Icnirp), organismo indipendente riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha specificato che “la tendenza nelle evidenze che continuano ad accumularsi è sempre più contraria all’ipotesi che l’utilizzo del telefono cellulare causi tumori del cervello”. A marzo l’Incnirp ha aggiornato le sue conclusioni, confermando i limiti imposti in precedenza.

Un'antenna 5G (foto di Artur Widak/NurPhoto via Getty Images)
Un’antenna 5G (foto di Artur Widak/NurPhoto via Getty Images)

Terzo: studi che sostengono la cancerogenicità delle onde elettromagnetiche. Sono tre in particolare. Una ricerca del National toxicology program statunitense (Ntp) del 2018, condotta sui ratti e basata su parametri ritenuti poco affidabili, e una dell’Istituto Ramazzini di Bologna. In entrambi i casi i risultati, ha osservato Alessandro Polichetti, del centro nazionale per la protezione delle radiazioni e fisica computazionale dell’Istituto superiore di sanità (Iss), sono diversi “dalla maggior parte degli oltre 50 studi su animali da laboratorio in cui è stata valutata la cancerogenicità dei campi elettromagnetici senza osservare effetti”. Tanto che, conclude Polichetti, “questi due studi non sembrano pertanto modificare in modo sostanziale il quadro d’insieme delle evidenze scientifiche”. Si ripesca poi il parere dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che inserisce le frequenze dei cellulari nella categoria 2B: “possibili cancerogeni”. Ma attenzione alla lettura di questo “possibili”: significa che gli effetti cancerogeni non possono essere esclusi a priori ma che le evidenze sono “limitate” o “inadeguate”.

Peraltro, indica Polichetti, “nuove evidenze epidemiologiche, successive alla valutazione della Iarc del 2011 e provenienti da studi di tipologia diversa (studi di coorte, studi sull’incidenza dei tumori nella popolazione) sembrano smentire le indicazioni degli studi caso-controllo”, gli unici a indicare un aumento dei rischi, ma basati su questionari in cui si chiedeva agli intervistati di ricordare il numero e la durata di chiamate fatte via cellulare, anche dopo molti anni.

Quarto e ultimo argomento: il principio di precauzione. Siccome non ne sappiamo ancora abbastanza, ci fermiamo, è la tesi. Tuttavia gli “studi finora effettuati, sia epidemiologici che sperimentali, non suggeriscono invece l’esistenza di rischi a lungo termine”, ha scritto Polichetti. E ha ricordato che “la temuta “proliferazione delle antenne” non dovrebbe comportare aumenti generalizzati delle esposizioni in quanto le ridotte dimensioni delle small cells comporteranno delle potenze di emissione più basse”.

Le regole dell’Italia

L’Italia peraltro ha limiti di emissioni più stringenti del resto del mondo. E il 5G viaggerà su frequenze già adoperate. La fascia dei 700 megahertz (MHz), la più ambita, oggi è occupata dalle televisioni, che la libereranno dal 2022. Quella dei 3,6-3,8 gigahertz (GHz) è stata in parte in uso dalla Difesa. Mentre le onde millimetriche, altra banda del 5G, “vengono riflesse o riassorbite superficialmente a livello della pelle, senza quindi penetrare all’interno del corpo”, ha scritto Polichetti.

Ad ogni modo, nessuno chiede di sospendere la ricerca. L’Iss auspica “un attento monitoraggio dei livelli di esposizione”. E nel rapporto Istisan prevede modelli di studio che tengano conto anche dei “livelli di picco possibili per periodi di tempo molto brevi, inferiori al minuti, tipici delle fluttuazioni che sono proprie di questi segnali”. I progetti delle compagnie di telecomunicazioni comunque devono già passare al vaglio delle Arpa. “Tale approccio, molto cautelativo”, si legge nel rapporto Istisan, “permette di assicurare il rispetto dei limiti in qualsiasi condizione di esposizione”. A domanda di Wired, Comuni come Chioggia e Noto hanno affermato di non aver consultato comitati tecnici o esperti prima di emanare le loro ordinanze.

Di Comune in Comune

A Chioggia il dossier 5G approda sui banchi del consiglio comunale lo scorso dicembre. Un voto unanime respinge i test nella “piccola Venezia”. Ciononostante, il 14 aprile il sindaco Alessandro Ferro, in quota 5 Stelle, firma una sospensione, che riguarda sia nuove antenne sia la sostituzione delle esistenti, e vale fino all’emissione di un parere da parte dell’Inail o dell’Iss. Quest’ultimo, però, di rapporti che escludono rischi sul 5G ne ha già prodotti.

Alcuni municipi hanno scelto la strada del cofinanziamento di studi. Martucci cita i casi Trento, Torino e Bologna. Il caso del capoluogo emiliano è peculiare, perché vi ha sede l’Istituto Ramazzini, una delle voci più influenti nell’orbita anti-5G. Il Comune tuttavia non ha risposto con un no preventivo. “Facciamo incontri per spiegare la localizzazione degli impianti e cosa può fare il Comune”, racconta Marco Lombardo, assessore comunale ad attività produttive e lavoro. L’obiettivo è creare un tavolo per conciliare le richieste dei cittadini con i progetti delle compagnie di telecomunicazioni, studiando insieme dove collocare gli impianti e “come minimizzare l’impatto”, aggiunge Lombardo.

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(foto: Stefan Wermuth/Getty Images)

A fine ottobre 2019 scoppia il conflitto tra il municipio felsineo e la confinante San Lazzaro di Savena, dove la sindaca di Italia Viva Isabella Conti sospende le antenne. La censura dai microfoni di Radio Città del Capo anche il sottosegretario al ministero della Salute, la bolognese Sandra Zampa, quota Pd. La stessa esponente di governo che, secondo Martucci, ai primi di ottobre avrebbe fatto un’apertura alla sospensione del 5G firmata dalla deputata Sara Cunial, ex Movimento 5 Stelle ora nel gruppo misto, sostenitrice di teorie no-vax, poi però respinta. Di recente lo stesso ministero della Salute ha ribadito l’assenza di rischi collegati al 5G. Mentre la Cunial, sostiene l’Alleanza stop 5G, avrebbe agevolato la consegna di 340mila firme per chiedere al ministro Roberto Speranza lo stop delle antenne.

A Livorno, spiega l’assessore ad Ambiente e mobilità, Giovanna Cepparello, “abbiamo fatto un atto di indirizzo del consiglio comunale e stiamo seguendo un approfondimento per definire un piano delle antenne. Vogliamo avere un regolamento più calzante prima che le frequenze siano attivate”. Livorno, o meglio il suo porto, è però una delle frontiere delle sperimentazioni 5G in Italia. L’Autorità portuale toscana ha firmato con la multinazionale delle reti Ericsson e con il Consorzio interuniversitario delle telecomunicazioni (Cnit) un accordo per applicare le tecnologie che viaggiano sulle reti di quinta generazione sulle banchine dove si movimentano 780mila container ogni anno e 2,5 milioni di passeggeri salgono e scendono da navi da crociera e traghetti, come ricorda Repubblica. Nel frattempo, è scesa in campo anche l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) per ribadire che non ci sono rischi.

Le incognite sul mercato

L’effetto di provvedimenti adottati a macchia di leopardo è che sotto i cieli italiani regna confusione. Che rischia di pesare sia sui grandi operatori, che lavorano all’aggiornamento degli impianti esistenti, sia sull’ultimo arrivato in Italia, la francese Iliad, che sta costruendo ex novo la sua rete. Il Tar emiliano, per esempio, ha dato ragione al Comune di Bologna, che ha respinto la richiesta di Iliad di poter avviare i lavori per la frequenza dei 700 Mhz, siccome sarà nelle sue disponibilità solo dal 2022.

Per Asstel bisogna appianare le differenze. “Dal governo ci aspettiamo un’azione di riordino delle competenze tra Comuni, Regioni e istituzioni sanitarie che valuti l’illegittimità degli atti che impediscono l’installazione delle reti, ne contenga gli effetti e ne impedisca l’ulteriore diffusione”, rivendica Guindani. Poi, “una campagna informativa rivolta all’opinione pubblica per rendere note i reali effetti dei campi elettromagnetici sui biosistemi secondo le istituzioni scientifiche internazionali e italiane”; “protezione contro gli atti di vandalismo”; infine “interventi tesi a semplificare e sburocratizzare l’iter autorizzativo per l’installazione dei nuovi apparati”.

Il 5G di Vodafone (foto: Oliver Berg/picture alliance via Getty Images)

Ritardi e blocchi hanno conseguenze non solo sul fronte della connettività, dove già l’Italia non se la passa benissimo (24esima su 27 nella classifica europea), ma anche in termini di mancato sviluppo economico. L’anno scorso uno studio del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, che ha il primato mondiale nello sviluppo del 5G, e di Ernst & Young ha stimato un impatto positivo sul Pil italiano di circa 80 miliardi di euro in 15 anni. Per Asstel, gli investimenti per il 5G nel periodo 2018-2025 muoveranno tra 55 e 70 miliardi. I ritardi però potrebbero costare caro. Per Ernst Young in Italia 12-18 mesi di slittamento nello sviluppo del 5G si traducono in “minori benefici stimati tra 2,9 e 43, miliardi di euro”.

In futuro la competitività delle imprese, non solo quelle industriali, ma anche quelle dei servizi turisti e agricole, per fare un paio di esempi, dipenderà dall’aver adottato modalità operative più competitive grazie alle reti ultra-broadband, in fibra e 5G, come sta avvenendo in Germania, in Francia, in Spagna”, osserva Guindani. E chiosa: “Se l’Italia resterà indietro dal punto di vista della competitività tecnologica, perderemo quote di mercato, sia all’estero sia in Italia. Vorrà dire perdita di pil e di occupazione”.

Il vantaggio italiano

In Europa il Belpaese ha per ora una posizione di vantaggio nello sviluppo del 5G. “Vantaggio da rilanciare nella fase 2” ha detto Marco Bellezza, amministratore delegato di Infratel Italia (società controllata dal Mise e deputata allo sviluppo delle reti). I progetti nazionali non si fermano. A giugno le cinque città campione scelte dal Mise chiuderanno i loro test. A quel punto, sulla base dei risultati, partirà lo sviluppo delle reti. Nel frattempo, il ministero, come ricorda il sottosegretario 5 Stelle Mirella Liuzzi, “sul tema 5G ha predisposto due avvisi pubblici: uno per progetti per infrastrutture stradali sicure nel territorio di Genova e un altro per la selezione di nuove Case delle tecnologie emergenti dopo quella di Matera”.

Secondo Liuzzi, “per contrastare le fake news sul 5G dobbiamo ripartire da un confronto con i territori e con i sindaci”. La sua linea è che “occorre un approccio costruttivo basato su dati e studi scientifici, oltre che sulle fonti che vengono direttamente dagli organismi internazionali visto che si tratta di frequenze già note, utilizzate da tempo e con ampia letteratura in merito. Inoltre, così come ci affidiamo all’Istituto superiore di sanità per i pareri in ambito Covid, faremmo bene a confidare nell’Iss anche sul tema delle reti 5G: è stato più volte ribadito, infatti, come non sussistano particolari problemi per la salute dei cittadini”.

Sfida all’Europa

La battaglia contro il 5G non è una grana solo italiana, ma europea. Etno, associazione europea delle telecomunicazioni, e Gsma, la federazione delle aziende di reti mobili, hanno stimato che le notizie false sul 5G hanno iniziato a montare sui social network da gennaio e hanno messo nel mirino bambini e teenager, tanto che TikTok è diventato il nuovo fronte della battaglia. I 35 video più diffusi online sono stati condivisi 13 milioni di volte. E hanno colpito innanzitutto il Vecchio continente, che tallona Cina, Stati Uniti e Corea del Sud in questa corsa alle nuove tecnologie.

Il risultato è che le proteste contro il 5G sono degenerate. In Europa si contano 120 attacchi alle reti o agli operai che stavano lavorando (spesso su impianti di tutt’altro tipo) in almeno dieci Paesi del vecchio continente. In Italia è successo a Maddaloni, nel Casertano. “Fortunatamente tale fenomeno nel nostro Paese non ha raggiunto i livelli critici registrati soprattutto in Inghilterra, dove a Birmingham nel mirino sono finite anche le antenne che garantiscono il segnale al Nightingale Hospital, mettendo a rischio servizi essenziali per la cura e la salute delle persone”, ricorda Guindani. In compenso nel Bresciano è stato individuato un gruppo Facebook i cui componenti si scambiavano consigli per realizzare ordigni esplosivi (segnalato alla Digos).

Secondo quanto ha appreso Wired, la propaganda su internet è spinta non solo da movimenti anti-5G e da cospirazionisti, ma anche da Stati che soffiano sul fuoco della disinformazione per il proprio tornaconto. Siccome dalle nuove reti di comunicazione dipende lo sviluppo economico futuro, fermare o rallentare i progetti in un Paese è un’arma a vantaggio dei concorrenti. Secondo il Servizio europeo di azione esterna, organismo diplomatico dell’Unione, media russi e fonti pro-Cremlino stanno guidando una sistematica denigrazione della risposta comunitaria al coronavirus, usando, tra le altri armi, il “lato oscuro” del 5G.

La disinformazione sul 5G assume sempre più una dimensione geopolitica: se rallentiamo sul 5G, le nostre imprese si troveranno in svantaggio strategico rispetto ai concorrenti internazionali cinesi o americani. Un ritardo infrastrutturale oggi, si traduce in enormi svantaggi competitivi domani”, spiega Alessandro Gropelli, direttore comunicazione di Etno. In Europa, nel frattempo, si affilano le armi: per il 6 giugno i gruppi no 5G hanno annunciato una grande protesta in tutto il Vecchio continente.

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