A che punto è il braccio di ferro tra Huawei e Donald Trump

Passante davanti a un negozio di Huawei a Pechino (foto Vcg/Vcg via Getty Images)
Passante davanti a un negozio di Huawei a Pechino (foto Vcg/Vcg via Getty Images)

Bando Huawei, un anno dopo: resta alta la tensione nella disputa fra le due sponde del Pacifico. Da un lato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prolunga fino al 2021 l’embargo di Huawei sul mercato americano, firmando di suo pugno il rinnovo del provvedimento, sulla scorta dell’“emergenza nazionale” dichiarata nel maggio 2019. Dall’altro lato, la casa cinese “si oppone fermamente” e il presidente di turno Guo Ping, ribatte dal palco del 17esimo Global Analyst Summit: “Gli Stati Uniti considerano la leadership tecnologica come base della loro supremazia: sfortunatamente per loro Huawei sta prendendo la guida dell’information and communication technology e sta anche crescendo”.

Una punta di malcelata ironia in una situazione scivolosa. Finora le deroghe temporanee avevano permesso a Huawei di mantenere e portare a termine i rapporti commerciali in essere con le aziende americane. Ora, a pochi giorni dal rinnovo del bando per il secondo anno deciso da Trump, il dipartimento del Commercio americano ha concesso un’estensione del permesso (Temporary General License, tgl) di altri tre mesi per gli attori economici americani che ancora utilizzano tecnologie Huawei. Al tempo stesso, ha intimato loro di affrettare la transizione ad altri fornitori, preparando una valutazione d’impatto nel caso in cui la tgl non fosse rinnovata in agosto.

In aggiunta, il Dipartimento del Commercio ha inasprito il bando, vietando agli operatori stranieri che usano software e tecnologie americane di rifornire Huawei, in particolare per quanto riguarda i semiconduttori usati per i chip, a meno che non ricevano una licenza apposita dagli Usa. “Il provvedimento blocca i tentativi di aggiramento di Huawei”, che aveva commissionato parte della produzione a terzi, con la controllata HiSilicon che si rifornisce dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company. Anche questa regola consente una finestra temporale (stavolta fissata in 120 giorni) per completare le consegne in programma da oggi.

Il braccio di ferro

“Gli Stati Uniti stanno sfruttando i propri punti di forza tecnologici per distruggere le aziende al di fuori dei propri confini – è il severo commento di Huawei in una nota -. Ciò servirà solo a minare la fiducia delle aziende nella tecnologia e nelle catene di approvvigionamento statunitensi. In definitiva, danneggerà gli stessi interessi degli Stati Uniti”. Dal maggio 2019, Huawei è al lavoro per fornire un’alternativa a Google Mobile Services, con la piattaforma proprietaria Huawei Mobile Services. “Abbiamo investito 131,7 miliardi di yuan e programmato 60 milioni di righe di codice nel 2019″, così Guo Ping spiega lo sforzo attuato dalla compagnia, che conta 1,4 milioni di sviluppatori registrati nell’ecosistema di sviluppo app Hms.

Così, a seguito dei nuovi provvedimenti protezionisti americani, il capovolgimento di ruolo si completa davanti ai 2mila fra analisti e giornalisti presenti in sala e collegati online. “Huawei ha acquistato prodotti per 18,7 miliardi di dollari da fornitori americani nel 2019. Negli ultimi sette anni abbiamo avuto una crescita media del 27% e i nostri partner con noi: viviamo in un mondo altamente integrato e globalizzato, è un processo che non può essere invertito“, dice Guo Ping.

Sfida per il 5G

L’ennesima stoccata agli Stati Uniti arriva sulla nuova generazione di comunicazioni mobili. “È importante avere uno standard 5G unificato – sottolinea Guo Ping -. Ai tempi del 2G c’erano diversi standard e i fornitori americani leader di tecnologia negli anni ’90 dovevano soddisfare le richieste degli operatori. Questa frammentazione ha portato a un declino e oggi non ci sono fornitori di tecnologie wireless americani in grado di rispondere a Huawei”. La compagnia ha registrato nel 2019 un fatturato di oltre 120 miliardi di dollari (858,8 miliardi di yuan), “12 in meno rispetto alle previsioni”, ma “la parola d’ordine è sopravvivere”.

Uno dei primi passi per rendere operativo il piano è creare un ecosistema di intelligenza artificiale senza soluzione di continuità fra i “silos” rappresentati dai device Huawei, come sintetizzato nella formula 1 + 8 + N. Presentato da Shao Yang, direttore strategia dell’unità consumer di Huawei, lo schema designa lo smartphone (1) come nuovo “centro di controllo” dell’ecosistema Huawei Mobile Services al quale potranno agganciarsi gli altri 8 device della casa di Shenzhen (tv, laptop, smartwatch, speaker, automotive, glass, tablet, auricolari) e tutti i dispositivi connessi dell’universo internet of things (N).

La tendenza verso questo scenario è indicata dal mercato stesso, visto il -17% nella produzione di smartphone nel primo trimestre 2020, e il contemporaneo aumento del 120% nella vendita dei pc, 60% degli smartwatch, 70% dei router e 130% delle cuffie (gli ultimi due hanno già superato il totale del 2019). Ciò che unirà alla base tale ecosistema sarà un sistema operativo distribuito, che permetterà di operare sui file del laptop dallo smartphone o viceversa, collegare la telecamera allo smartphone, rispondere al telefono dal pc con Emui 10.1, controllare i device IoT condividendo diverse funzionalità tramite uno smartphone trasformato ormai in un “super device”.

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