Come la startup che “non funzionerà mai” è diventata Netflix

Netflix è nata nel 1997 come servizio di noleggio dvd via internet (foto: Justin Sullivan/Getty Images)

L’idea della vita ha una genesi lunga, aspetta un collega in un parcheggio della Silicon Valley e si insinua nelle lunghe chiacchierate in macchina sulla strada verso un lavoro sicuro. Niente piatti pronti e molta fatica. “Praticamente tutti ti consigliano sempre di lasciar perdere”, ammette Marc Randolph che 23 anni fa ha ideato dal nulla Netflix. Insieme all’attuale top manager Reed Hastings, Randolph ha cullato  la startup fin dai primi vagiti: lui capo-azienda, Hastings investitore numero uno. Oggi Randolph ha lasciato ogni ruolo operativo di Netflix e ricorda quegli anni in un libro che mette in guardia contro le facili epifanie: Non funzionerà mai (Roi edizioni) è l’autobiografia di un successo straordinario, un inno alla dedizione e al lavoro.

Partiamo dal mito fondativo di Netflix: si dice che tutto sia nato dopo che Blockbuster ha multato Reed Hastings per aver restituito in ritardo un film. È bastata una sanzione da 40 dollari per rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento?

“Gira molto questa leggenda popolare, è una storia bellissima e utile. Potrebbe anche essere vera, ma non è sicuramente l’intera storia di Netflix. La verità è che la nascita di ogni innovazione è complicata: ci sono più persone coinvolte che lottano, spingono e discutono di un’idea. E ognuno contribuisce con il proprio background, chi ha alle spalle anni nel settore della vendita per corrispondenza e chi una sfrenata passione per gli algoritmi. Bisogna lavorare settimane, addirittura anni per ottenere qualcosa di nuovo, diverso e grandioso. Nel nostro caso il risultato è stato Netflix”.

All’inizio l’idea di business era molto semplice: noleggiare via internet i film in dvd, in un momento in cui però negli Stati Uniti ne giravano pochissimi…

“Non sapevamo se la nostra idea sarebbe stata quella giusta. Per capire se potesse funzionare l’abbiamo testata: i dvd erano impossibili da trovare nella primavera del 1997 e allora abbiamo comprato un cd, l’abbiamo infilato in una busta e con un francobollo da 32 centesimi l’abbiamo spedito a casa di Reed. Il giorno dopo Reed aveva il cd integro in mano ed è stato allora che abbiamo capito che si poteva andare avanti”.

Marc Randolph (foto: George Pimentel/Getty Images for Audi)

E si è passati alla scelta del nome: è vero che avete rischiato di chiamarvi Cinemacenter?

“Scegliere il nome è incredibilmente difficile. Bisogna avere qualcosa di accattivante, che ti scivoli via dalla lingua e che sia facile da ricordare. È necessario ovviamente che nessun altro possieda quello stesso nome, che ci sia una url disponibile e che vada bene per tutti i mercati, quindi niente che sia osceno in un’altra lingua. Per trovare il nostro nome abbiamo scritto su una lavagna tutti i sinonimi di internet da un lato e tutti i sinonimi di film dall’altro. Poi li abbiamo combinati in tutti i modi possibili e abbiamo prodotto nomi come Webflix, E-Flix.com, Netpix e naturalmente anche Netflix. Ne abbiamo discusso un po’, ma non c’è stata nessuna votazione e siamo andati a casa ripromettendoci di dormirci su. Il giorno dopo eravamo tutti d’accordo su Netflix: non perfetto, ma il meglio che potessimo fare”.

Il marketing è una cifra stilistica unica per Netflix. Ed è un elemento caratterizzante della società fin dall’inizio quando avete scelto come testimonial inconsapevole Bill Clinton…

“Nel 1998 negli Stati Uniti si parlava solo del sexgate di Bill Clinton. Noi eravamo una piccola startup senza molti soldi per fare una grande campagna di marketing e allora abbiamo deciso di utilizzare Clinton per promuovere Netflix. Il piano era di far pagare ai clienti 2 centesimi per un dvd contenente le quattro ore di testimonianza di Clinton (al Congresso sul caso-Lewinsky ndr). Dopo aver spedito cinquemila dvd ordinati alcuni clienti hanno detto di aver ricevuto un film per adulti e non il processo Clinton: il produttore ci aveva dato uno stock sbagliato di dvd non contrassegnati. Il giorno dopo abbiamo inviato una lettera di scuse, dicendo che se avessero voluto avrebbero potuto rispedirci a nostre spese il dvd sbagliato. Non l’ha fatto nessuno”.

Reed Hastings a Roma (foto: Ernesto S. Ruscio/Getty Images / Netflix)

Nel suo libro c’è un consiglio per gli startupper: per valutare la bontà della propria idea è utile raccogliere consenso degli investitori. Perché?

“Fare gli imprenditori è già abbastanza rischioso, meglio assicurarsi che l’unica pelle in gioco non sia la tua. Per sviluppare un’idea bisogna dedicare la vita al suo successo: lascia che siano gli altri a metterci i soldi. Coinvolgere altri investitori, oltre a famiglia e amici, ti costringe a dimostrare che la tua folle idea potrebbe funzionare davvero”.

Cosa ricorda del giorno della quotazione a Wall Street?

“Come la maggior parte delle aziende tecnologiche, abbiamo debuttato sul Nasdaq che è un indice completamente elettronico.  Una delusione: nessun trading floor né operatori urlanti al telefono. Abbiamo guardato il primo scambio da una grande sala piena di scrivanie da Merrill Lynch. Il ricordo più bello dell’Ipo è con mio figlio Logan. A fine giornata, quando per molti versi la mia azienda ce l’aveva finalmente fatta, non avevo bisogno di festeggiare e sono andato a cena con lui per mangiare una pizza”.

Inizialmente Netflix noleggiava dvd via internet in modo tradizionale; poi l’idea degli abbonamenti per avere più dvd in casa. Quando è scattato il progetto sullo streaming?

“Immaginavamo fin dal primo giorno che le persone avrebbero ricevuto l’intrattenimento in digitale, ma sapevamo anche che ci sarebbe voluto molto tempo prima che il mondo fosse pronto: serviva una connessione sufficientemente veloce e la disponibilità di Hollywood a rendere disponibili i suoi contenuti in digitale. Ci è voluto più tempo di quanto immaginassimo. Ho lasciato Netflix nel 2003 e uno dei miei ultimi progetti era un lavoro esplorativo su come avremmo potuto gestire la distribuzione digitale.  Ma ci sono voluti altri 4 anni, più di 10 anni dopo la fondazione dell’azienda, perché Netflix lanciasse il suo servizio di streaming nel 2007”.

(foto: JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

Perché ha lasciato Netflix dopo pochi anni?

“Quando si invecchia, se si è fortunati, si capiscono due cose importanti di se stessi: cosa ti piace fare e in cosa sei bravo? Io sono stato molto fortunato perché ho capito la risposta ad entrambe le domande qualche tempo fa, quando avevo trent’anni. La risposta ad entrambe le domande era sempre la stessa: startup. Quando Reed Hastings ed io abbiamo avviato Netflix nell’autunno del 1997 ero proprio nel mio posto ideale. Per i successivi 5-6 anni, Netflix è stata la storia di una vera e propria startup, mi piaceva andare al lavoro ogni giorno e sedermi al tavolo con persone stimolanti per risolvere problemi sempre più interessanti. Dopo l’Ipo Netflix mi piaceva ancora, ma non era più una startup…”.

Cosa era cambiato?

“Lottavo ancora per riparare ai torti e sconfiggere i nemici ogni giorno, ma lentamente ho capito che non era più quello che davvero volevo fare. Non ho rimpianti: sarebbe stato divertente sciogliere alcuni enigmi che Netflix deve ancora risolvere, ma andando via ho avuto la possibilità di lavorare con decine di altri imprenditori in fase iniziale aiutandoli a realizzare i loro sogni, come i fondatori di Looker. Oggi mi piace aiutare i giovani imprenditori, ricordando loro che a volte è meglio non ascoltare chi dice ‘non funzionerà mai’”.

Qual è il consiglio che dà a chi vuole incominciare un’attività imprenditoriale dal nulla?

“Di ricordare sempre che nessuno sa niente. L’unico modo per capire se la tua idea è buona è provarla: se non si inizia, non si arriva mai da nessuna parte”.

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