Per l’Onu metà dei lavoratori del mondo è a rischio per il coronavirus

Un negozio chiuso a Pasadena in California (foto: Keith Birmingham/MediaNews Group/Pasadena Star-News via Getty Images)

La chiusura forzata di attività e servizi a causa della diffusione del Covid-19, non è un mistero, sta avendo pesanti conseguenze sull’economia globale. A chiarirne la portata, soprattutto in termini occupazionali, è l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del tema. “Quasi la metà della forza lavoro globale – circa 1,6 miliardi di persone – presto non avrà più mezzi di sussistenza a causa dell’impatto del coronavirus sull’economia mondiale”. Il dato è ripotato in un documento reso pubblico dalla stessa agenzia in cui si spiega che sul totale della popolazione lavorativa globale – cioè 3,3 miliardi di persone – impiegati nell’ambito dell’economia informale (cioè quella non contabilizzata a livello nazionale) hanno subito un crollo del 60% dei loro salari nel primo mese di crisi. Tra questi, molti (1,6 miliardi di lavoratori) rischiano di perdere nei prossimi mesi l’unica fonte di guadagno a cui hanno accesso. Si tratta prevalentemente di lavoratori autonomi o con contratti a breve termine, con poche – se non nulle – tutele salariali.

L’appello del direttore generale dell’Ilo

“Per milioni di lavoratori, nessun reddito significa niente cibo, nessuna sicurezza e nessun futuro. Non hanno risparmi o accesso al credito. Questi sono i veri volti del mondo del lavoro. Se non li aiutiamo ora, semplicemente moriranno”, ha puntualizzato il direttore generale Guy Ryder, durante la presentazione alla stampa del report.

Il Nord e il Sud America sono le aree più colpite, seguite da Europa e Asia. Le ore di lavoro perse, nel primo caso, ammontano al 12,4% rispetto al livello pre-crisi, mentre in Europa e Asia il calo è intorno all’11,8%. Si registra una diminuzione sostanziale anche nei redditi dei lavoratori che in alcune zone del mondo, come Africa o America, arriva fino al 81%, mentre in Europa si ferma comunque al 70%. Per quanto riguarda le aziende, sono invece 436 milioni, sempre secondo le statistiche dell’Oil, a fronteggiare gli effetti negativi dell’emergenza sanitaria. Tra queste, le più colpite sono quelle che operano nei settori all’ingrosso e al dettaglio (232 milioni), nel manifatturiero (111 milioni), nei servizi di alloggio e alimentari (51 milioni) e nell’immobiliare (42 milioni).

“La pandemia ha messo a nudo quanto precario, fragile e ineguale il sia il nostro mondo del lavoro”, ha sottolineato ancora Ryder. Ma ha proseguito dicendo che “si dice comunemente che questa pandemia non discrimina, e in termini medici è giusto. Ma in termini economici e sociali lo fa, e anche in modo marcato. Nel post epidemia dobbiamo costruire un mondo del lavoro nuovo, non basato sul precariato”.

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