Coronavirus ed economia sommersa: una bomba pronta ad esplodere

Mentre cominciamo a lasciarci alle spalle il picco dell’emergenza sanitaria, il Coronavirus continua a imprimere segni indelebili sul tessuto economico e sociale italiano. Le conseguenze saranno percepite in maniera diversa tra coloro che hanno un’occupazione regolare e i lavoratori impiegati nell’economia sommersa.

Sin da marzo il governo ha predisposto alcune misure di sostegno a famiglie e imprese. Misure che inevitabilmente non includono tutti allo stesso modo. Il rischio è che la spaccatura assuma contorni territoriali, con le regioni meridionali in una condizione di particolare vulnerabilità.

La risposta del governo
Con il decreto Cura Italia di marzo l’esecutivo ha promosso un’accelerazione nel versamento degli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione. Ai lavoratori autonomi e alle partite Iva invece è stato destinato un indennizzo di 600 euro. Ma ora il dibattito si è spostato su coloro che non percepiscono un reddito e soprattutto quei 3,7 milioni di persone che sono impiegate nell’economia sommersa. In quanto lavoratori invisibili all’economia formale, questi ultimi non hanno accesso agli ammortizzatori sociali appena menzionati.

Ad oggi quindi, per ampliare la platea di beneficiari delle misure governative oltre la categoria dei lavoratori regolari, un’ordinanza della Protezione civile ha erogato ai comuni 400 milioni di euro per garantire beni di prima necessità alle famiglie con i redditi più bassi. I comuni hanno potuto distribuire pacchi di generi alimentari e buoni spesa, avvalendosi anche di enti del terzo settore.

Il Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha anche annunciato che è al vaglio un reddito di emergenza. Se sarà approvato dall’esecutivo, è probabile che venga incluso nel decreto di aprile. Si tratterebbe di un sostegno mensile destinato alle persone che la quarantena nazionale ha lasciato senza fonti di guadagno e che non possono usufruire degli strumenti creati dal governo sin qui. Ne avrebbero accesso colf e badanti, lavoratori edili, stagionali del turismo e dell’agricoltura, ma anche lavoratori in nero. L’esigenza di dover fronteggiare in modo tempestivo l’emergenza sanitaria con piani di contenimento efficaci si scontra infatti con la realtà secolarizzata dell’economia sommersa.

La polveriera dell’economia sommersa
L’economia sommersa è una zona grigia all’interno dell’economia italiana, un giro di affari invisibile alle rilevazioni della contabilità nazionale e del fisco e che secondo gli ultimi dati Istat ammonta a 192 miliardi di euro, pari all’11,1% del Pil italiano prodotto del 2017, anno a cui si riferiscono i numeri. Questo termine allude al valore aggiunto nascosto tramite sotto-dichiarazioni di costi e/o fatturato o generato dal lavoro irregolare, più il valore dei fitti in nero e delle mance.

Il lavoro informale dà impiego soprattutto nel settore dei servizi alla persona, nell’agricoltura e nelle costruzioni. Di recente, Tortuga ha provato a tracciare un identikit del lavoratore in nero sulla base dei dati forniti dalla European Social Survey. Sembrano operare nell’economia sommersa i giovani tra i 18 e i 30 anni e gli adulti oltre i 50 anni di età, consapevoli che saranno ancora sul mercato del lavoro per poco tempo. Emerge anche una relazione inversa che lega la probabilità di essere un lavoratore irregolare al livello di istruzione e al reddito. Si può concludere che l’economia sommersa accoglie chi si è sentito escluso da un mercato del lavoro sempre più specialistico oppure chi non è stato in grado di adattarsi ai repentini e continui mutamenti della nostra società, come nel caso dei lavoratori più anziani.

L’emergenza dettata dal Coronavirus nel nostro Paese non solo mette in luce la piaga del lavoro in nero e le vulnerabilità che esso comporta nella situazione attuale. Contribuisce anche a mostrare ulteriormente la spaccatura sociale tra nord e sud che caratterizza da sempre l’Italia. Il lavoro irregolare infatti incide soprattutto sul meridione. Nello specifico, la quota di valore aggiunto generato da impiego di lavoro irregolare al sud si attesta al 7,7% contro una media nazionale del 5,1% (il valore più basso è quello relativo al nord-ovest pari al 3,9%). Calabria e Campania sono le regioni in cui l’input di lavoro in nero è più alto. I dati sono forniti dall’Istat e sono relativi al 2017, ultimo anno di rilevazione.

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