ecommerce: quattro regole per l’export

In Italia l’uso dei canali ecommerce per esportare prodotti e servizi è un fenomeno recente di cui ha saputo approfittare, inaspettatamente, il settore fashion e, più di recente, il food, da cui è attesa la crescita più promettente per gli anni a venire.

A confermarlo, dopo Netcomm, sono i numeri dell’Osservatorio Export della School of Management del Politecnico di Milano secondo cui, però, nel 2016, pur crescendo di 24 punti percentuali, rispetto al 2015, l’export italiano di beni di consumo attraverso i canali digitali rappresenta ancora una quota di poco inferiore al 6 per cento delle esportazioni totali di beni di consumo destinati ai clienti finali.
Visto nel complesso, il valore raggiunto è pari a 7,5 miliardi di euro, di cui, pur in crescita del 23 per cento rispetto a un anno fa, solo due miliardi sono da afferire all’export online “diretto” in cui l’interazione con il cliente è gestita da un operatore italiano attraverso siti di produttori, portali di retailer online o multicanale o marketplace con dominio .it. Il resto, pari a 5,5 miliardi di euro, è da ascrivere all’export online “indiretto” abilitato da operatori stranieri.
Numeri ancora “irrisori”, considerato che, in Italia, sono in tutto 210mila le imprese esportatrici di cui, però, solo il 10,3 per cento esposta almeno il 75 per cento del proprio fatturato.

Da qui quattro suggerimenti per far crescere i volumi esportati dalle realtà pronte a cogliere le opportunità dell’export digitale tricolore.

Carpe diem
In uno scenario internazionale altamente competitivo, con consumatori sempre più inclini all’uso delle tecnologie digitali, aprire un canale ecommerce per le vendite all’estero può risultare una scelta vincente, ma occorrono preparazione, competenze, propensione al cambiamento e adeguati investimenti.

Elementi di peso che, al momento, sembrano poche le aziende interessate a sobbarcarsi, visto che, su un campione di cento aziende italiane esportatrici nei settori consumer interpellate nella survey dell’Osservatorio Export, solo il 5 per cento esporta secondo una strategia esclusivamente online, mentre circa il 64 per cento di quelle che ancora non utilizzano Internet come canale per il proprio export affermano di non aver intenzione di farlo neanche in futuro.

Rotta sui mercati emergenti extra-europei
Cresciuti di peso dopo la crisi finanziaria internazionale, Emirati Arabi, Cina, Corea del Sud e Paesi del Sud-Est Asiatico possono rappresentare partner commerciali particolarmente importanti e dinamici, seppure con la dovuta attenzione ai fattori di rischio presenti in questi mercati. Senza nulla togliere a Germania e Stati Uniti, che restano i Paesi più attrattivi, l’Export italiano ancora molto concentrato nei mercati maturi dovrebbe puntare con più coraggio a una maggiore diversificazione geografica. In tal senso, il Sud-Est Asiatico offre il potenziale di crescita attualmente più alto da sfruttare, anche grazie agli accordi di libero scambio stipulati con l’Unione europea. Inoltre, rappresenta il mercato digitale con il più elevato tasso di crescita al mondo: per incontrarne i gusti sarà, però, importante lavorare per costruire una forte identità del brand con una presenza diretta, usando un magazzino in loco per abbattere i costi e prestando attenzione alla “logistica dell’ultimo miglio”.

Paese che vai potenzialità che trovi
Mettere a punto modelli di export in grado di sbloccare il potenziale dei canali digitali significa anche studiare le caratteristiche dei vari Paesi e dei diversi settori d’interesse.

La Cina, ad esempio, grazie a un potenziale costituito da circa 688 milioni persone che si connettono regolarmente alla Rete, e al crescente interesse registrato dal consumatore medio cinese verso il settore del lusso e i marchi del made in Italy, è un mercato con un indiscutibile potenziale di crescita per l’export digitale italiano. A ostacolarne il successo, semmai, sono la scarsità di indicazioni pratiche su come accedere efficacemente a questo mercato e l’incertezza sui ritorni dell’investimento. Esistono, infatti, almeno sei alternative per esportare online in Cina: identificare il modello più idoneo alle proprie caratteristiche è determinante per il successo dell’iniziativa che richiede, comunque, uno sforzo di marketing profuso.
Non meno difficile risulta, poi, lo sviluppo dell’export digitale delle imprese italiane verso gli Stati Uniti d’America. Qui a pesare è il controllo tendenzialmente limitato sui processi logistici da parte delle aziende, che non sono quasi mai presenti in loco con magazzini o strutture distributive e che necessitano di studi esterni per dirimere questioni legali mentre, raramente, gli export manager “tradizionali” hanno un’esperienza adeguata in ambito digitale

FONTE: http://www.01net.it/quattro-regole-export-digitale/

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